venerdì 13 settembre 2013

Englishmen in Rome


Ecco come si presentava la campagna poco fuori le mura di una Roma di metà XIX secolo. Qui sopra c'è una veduta da San Giovanni in Laterano: le lunghe direttrici degli antichi acquedotti fendevano come backbone ante litteram il placido agro romano, creando un effetto straneante degno dei rebus della Settimana Enigmistica.
Palazzo Braschi ospita una settantina di acquerelli, acqueforti, olii e disegni vari di artisti inglesi dell'Ottocento che si sono soffermati su Roma sparita, oppure mai esistita come per quell'autore che ha fatto passare un fiume a pochi metri dal Colosseo. Non che lo spettacolo dei Fori avesse bisogno di trovate particolari per affascinare di più lo spettatore, ma con questi inglesi non si poteva mai sapere. Ecco John Ruskin, autore di qualche bella visuale di via del Corso e di una tipica fontana trasteverina, che esprime il suo sdegno per una Roma sporca e malridotta, troppo trasandata per il suo occhio delicato di esteta e critico d'arte. Mah, forse la Londra del tempo poteva essere un pò più pulita, i reali potevano tenerci più dei Papi al decoro, ma non credo che questa pulizia riguardasse anche i bassifondi e i porti sul Tamigi, soprattutto in un'epoca in cui Londra era la città più importante sulla terra e la meta naturale per orde di persone in cerca di fortuna (qui un articolo che parla del colera del 1854).
Più in basso, per allontanare il velo di antipatia dagli artisti anglosassoni, un dipinto di Samuel Prout che avrà fatto rivoltare Ossian nella tomba: alcune lavandaie usano il soleggiato Foro Romano per stendere i loro panni presso la colonna di Foca.


Tra le curiosità della mostra, collocata in due stanze al piano terreno, proprio di fronte l'entrata principale del museo, c'è il sottofondo continuo della grave sarabanda di Handel (sentita in Barry Lyndon); se fossi un custode, costretto a questo martellamento (perché già il secondo ascolto può portare a uno stato ossessivo), mi procurerei buoni tappi.
Piacevole scoperta, invece, nella collezione permanente del palazzo, gli eterei paesaggi a olio di Ippolito Caffi che ridonano a Roma la dignità un pò austera di capitale per antonomasia del mondo antico e l'eleganza di capitale culturale del mondo contemporaneo.

giovedì 12 settembre 2013

L'antico Provveditorato



Il Provveditorato Generale dello Stato, a suo tempo con 350 persone, 15 divisioni (gli uffici odierni) e le tante vicissitudini legate agli acquisti per l’amministrazione statale, rappresenta un mondo che qualche dipendente pubblico più stagionato ricorda con nostalgia (e scetticismo su come gli acquisti sono gestiti oggi). L’ufficio aveva un budget annuale di 1.000 miliardi di lire (una piccola finanziaria, per coprire anche eventuali -in realtà immancabili!- eventi straordinari). Così tanti soldi servivano per acquistare chilometri di archivi o mandare avanti le cartiere di Fabriano o acquistare le prime stampanti rudimentali collegate ai pc sfarfallanti dei primi anni '80, schermo nero e cursore verde; gli impiegati, abituati alle macchine da scrivere e -come Policarpo ufficiale di scrittura- a proteggersi le maniche dall’inchiostro, di carta ne sprecavano ancora tanta per allineare quanto digitavano sullo schermo alle righe prestampate dei moduli cartacei (i word processor maneggiavano solo caratteri alfanumerici).
Ogni divisione seguiva un ambito, come potevano essere le spese telefoniche ed elettriche; in questo caso l’ufficio periferico che dall'oggi al domani si ritrovava con la centralina telefonica distrutta da un fulmine doveva chiamare il PGS, contattare l’ufficio territoriale dell’erario che accertava il “fuori uso”, ottenere minimo 3 preventivi dalle ditte locali e poi recapitare tutti gli incartamenti a Roma: la pratica, manco a dirlo, aveva una gestazione non proprio fulminea. Il prezzo della centralina dipendeva da quante prese telefoniche doveva servire (la spesa poteva sfiorare i 50 milioni d lire). Se il dirigente preposto decideva che nessun preventivo era congruo, faceva intervenire le ditte accreditate (e amiche) che operavano in tutta Italia in proprio oppure, secondo convenienza, facendosi sostituire sotto banco da ditte concorrenti, ma meglio posizionate sul territorio (in uno scambio di favori a buon rendere che delineava una piccola collusione oligopsonistica).
Il Provveditorato garantiva anche i “crash test” delle forniture messe a gara e la loro conformità ai capitolati. Gli uffici sulla Tiburtina provavano le penne proposte dalle ditte gareggianti per l’appalto, fatte correre su metri e metri di nastro di carta grazie a congegni meccanici automatici: così venivano scremate quelle con il tratto più continuo (e il minor prezzo). Ad altro tipo di test erano sottoposte le poltrone, non solo l’ergonomia (a quei tempi neanche troppo spinta) ma soprattutto la resistenza a pesi e posizioni al limite, nonché la "salubrità" dei fumi emessi se incendiate; niente sembrava essere lasciato al caso, anche se la perizia degli impiegati poteva essere cancellata in un colpo solo dai dirigenti che pilotavano l’appalto verso gli amici dai prodotti più scadenti (intrallazzi troppo smaccati generarono denunce e condanne a più riprese).
Altro affare di altri tempi era il conio delle monete,  che avveniva nella Zecca di piazza Vittorio, nella palazzina ora in parte occupata dall’Ambra Jovinelli, un palazzo umbertino oggi che il demanio non si sa come ha venduto…la carta moneta era appannaggio della Banca d’Italia ma le monete, comprese le emissioni speciali, erano un prodotto della Zecca. Tra le monete a corso regolare si ricordano le 500 lire d’argento con le caravelle, compresa una edizione speciale fuori programma, dettata da un primo scriteriato conio di molti esemplari con la bandiera sull’albero di prua orientata controvento (!); agli inizi degli anni '70 monete d’oro o d’argento furono ritirate in tutto il mondo, il loro valore nominale veniva superato ampiamente dal valore intrinseco del metallo.
Sempre ricordando le vicende dei dicasteri economici di qualche decennio fa, ecco i miliardi in titoli di stato al portatore compattati in valigette qualunque che gli alti funzionari del Tesoro -accompagnati da fidati autisti, per l'occasione non in livrea (rigorosa prerogativa un tempo pure degli usceri) e su macchine anonime-  portavano alla Banca d’Italia quando a questa era demandato il compito di equilibrare il bilancio dello Stato italiano sottoscrivendone i titoli (e poi emettendo moneta e, così via, creando inflazione pura, deteriorando i crediti, drenando potere d'acquisto, ecc.).

domenica 8 settembre 2013

Lago di Martignano


Pranzo di battesimo, un pò fuori porta, Cassia Veientana, quindi strada per Campagnano, infine svolta verso la Valle del Baccano per poi ritrovarsi sul sentiero in salita che porta alla tenuta di Martignanello; un'arrampicata con la macchina un pò ostica (è riserva naturale, il tratto non può essere asfaltato) ma una volta scavallata l'altura vulcanica ecco la sorpresa di aver raggiunto un luogo insolito...un piccolo lago attorniato da basse colline, boschetti e prati che trasmettono un senso di ordine naturale, non una selva caotica ma un luogo caro a qualche spirito della tranquillità, che a volte esige un paesaggio con una certa spontanea misura in terra e flora; tollerata ma non benvoluta la presenza dell'uomo, accompagnato da soli silenziosi mezzi meccanici (barche a vela o mountain bike). A corroborare le buone sensazioni un giro postumo su Wikipedia: sul lago Luigi Comencini, sfruttando la magia dell'atmosfera rarefatta, mise su la casa della Fata Turchina per il suo Pinocchio (insieme alle Saline di Tarquinia, anche loro background di alcune scene con la fatina).

venerdì 6 settembre 2013

Ritorno all'aranciera di Villa Borghese: Mulas e co.


Franco Mulas, classe 1938, espone alcune opere dal 1980 fino a oggi, in realtà quelle più recenti (2012-2013) sono in grande quantità rispetto a quelle più "storiche": il pian terreno del museo Carlo Bilotti ne è pieno. Il pian terreno ospita anche l'unico gioco d'acqua sopravvissuto ai cannoni del 1849; nel ninfeo si trova un sarcofago dell'antica Roma incorniciato in un'abside di conchiglie, la cui parte centrale sembra una grotta sottomarina. Le opere più recenti di Mulas, tra atlanti ed esplosioni, paiono una autoironica deflagrazione e decomposizione della sua vena artistica degli anni '90: i colori che creavano insiemi coerenti all'epoca (es.: paesaggi, tramonti, corsi d'acqua) ora sono relegati ad alimentare le chiazze che -loro si- hanno il compito di veicolare il senso dell'opera. Di grande impatto resta ancora la denuncia sociale ed ecologica di Big Burg come continua l'enigma della sequenza degli alberi di Mondrian, lievemente intaccata dall'audio costante del filmato che commemora il mecenate da cui il museo prende nome. Sul tetto della palazzina, all'aperto, si ammirano una decina di statue in lamina di metallo di Justin Peyser, un pò arrugginite ma potenti nella loro stilizzazione di archetipi storici (es.: il doge, il vescovo, l'alfiere...). Completamente inaccessibile a livello cognitivo la sequela di tele pseudo-ancestrali di Innocenzo Odescalchi, forse desideroso di richiamare temi tribali di un'era agli inizi dell'uomo o ancora prima; trova conforto solo nelle parole della curatrice che tentano di giustificarne la presenza in galleria.
Nel complesso una visita piacevole anche se minacciata all'inizio dal nuovo erogatore automatico di biglietti: si parte selezionando il tipo, da un full per non residenti da 6,5 € a importi sempre inferiori man mano che si sia residenti a Roma, possessori di abbonamenti del bus, ecc. fino alla gratuità. E' bene munirsi di monete, le uniche accettate, dato che il cambia-monete (come nelle sale giochi di una volta) potrebbe essere fuori uso. Gentile e competente il custode del pian terreno, disponibile a illustrare le parti storiche dell'aranciera, vero deposito di vasi di agrumi negli anni andati.

lunedì 15 aprile 2013

Spartaco

Una delle serie più belle è terminata da poco, nessun finale a sorpresa, ovviamente. Gli autori non si sono allontanati dall'unica fine storicamente coerente, la morte di Spartaco e di molti dei suoi. A dire il vero ci sono stati momenti di pura invenzione, soprattutto nella figura di Giulio Cesare e negli episodi che lo riguardano. Ma ora che tutto è finito rimane un bel ricordo di tutti i protagonisti, soprattutto i gladiatori. Spartacus, portatore di pioggia, interpretato prima da Andy Whitfield -morto prematuramente- e poi da Liam McIntyre, nobile della Tracia innamorato fino all'ultimo respiro della bella Sura, uccisa stagioni prima dai Romani. Crisso, il gallo imbattuto, indomito guerriero troppo iracondo per comandare. Gannico, con il suo stile a due spade, il più guascone e l'unico a essersi guadagnato la libertà per i meriti nell'arena; per questo personaggio le contraddizioni sono tante, amante della libertà come e più di tutti gli altri, eppure non rinuncia a sostenere la rivolta dei gladiatori e alla fine va incontro al destino più crudele, la crocifissione lungo la via Appia; via che, nella sua mente, diventa un'arena in festa per rendere l'ultimo omaggio al guerriero celta.

lunedì 11 febbraio 2013

Le torri di Bois-Maury

Serie di fumetti unica nel suo genere. Il disegnatore belga Hermann descrive un medioevo tenebroso ma rischiarato dall'umanità di una pletora di personaggi dall'estrazione più varia. Questi personaggi appartengono a ranghi sociali diversissimi eppure sono portatori di vicende comunque vive e interessanti, a prescindere che siano mossi dal fine di riconquistare un castello, trovare lavoro con un mano conciata male, oppure salvare dall'arrosto la propria gallina preferita. Il tratto invece può essere duro da digerire, non sempre caratterizza il personaggio come invece fa la sua storia personale; quello che sembra importare a Hermann è fare centro su ciò che serve al proprio racconto, non impreziosirlo con tavole iperrealiste alla Alex Ross. E anche un certo Jack Kirby ragionava così...

venerdì 31 agosto 2012

Il folletto

Serie amatissima, fedele al libro, piena di attori azzeccati. Su tutti spicca il nano, naturalmente, ma anche Arya Stark non scherza; nell'ultima stagione (la seconda) i duetti con Tywin Lannister sono irresistibili. La trasmutazione alchemica da grande racconto scritto a grande prodotto televisivo forse ha come ingrediente principe la supervisione generosa di George Martin. Piccole chicche qua e là: l'ennesima (ma sorprendente!) morte di Sean Bean, l'indimenticabile cammeo di Syrio Forel, il mistero che avvolge l'implacabile assassino degli uomini senza volto.

giovedì 30 agosto 2012

BB x DC

Cioè bande dessinée per la DC Comics...così mi è venuto da pensare vedendo qualche pagina in anteprima dell'annual 1 di Superman in uscita oggi negli USA (ovviamente si tratta del reboot). Il disegnatore Pascal Alixe è lontano dallo stile cartoon (che imperversa inguardabilmente soprattutto sulle serie dell'Uomo-Ragno) o da quello adrenalinico (vedi gli eroi digrigna-denti di Jim Lee e seguaci); il nome mi faceva pensare a un prestito dalla Francia, wikipedia purtoppo non conferma l'ipotesi. Fa comunque bene vedere, anche se su un annual (puù sperimentale per definizione), un calcio alle mode e il recupero del buon vecchio tratto europeo.

mercoledì 1 agosto 2012

Penitenti

In Polonia la miniera per antonomasia è quella di sale a Wieliczka, nei dintorni di Cracovia; un tempo il sale di questa miniera garantiva un terzo delle entrate di tutto il regno. Una delle occupazioni più particolari dei minatori li vedeva strisciare con abiti umidi lungo i cunicoli e bruciare, con una lanterna legata a un lungo bastone, tutto il metano che si accumulava sul soffitto. Nel medioevo tutto questo doveva avere un sapore magico e gli eccellenti minatori-scultori hanno testimoniato nel sale anche il lavoro dei "penitenti".

Come spin-off a sorpresa si veda anche il gioco da tavolo Magnus Sal, creato da designer polacchi ispirandosi proprio a queste leggendarie miniere.

giovedì 12 aprile 2012

Sic transit


Alla Galleria di arte moderna di Roma “Sic transit…”di Hirémy Hirschl segna il trapasso dalla Roma pagana alla Roma cristiana, la peste colpisce per mano del nuovo Dio unico, mentre i vecchi dei giacciono inerti e coperti da fronde.